“La vita è uniforme e compatta come una coperta infeltrita.”

” (…) E pensavo che forse quando il sole avrebbe tinto di grigio il cielo saremmo rientrati in città in fila con i camion della verdura, e di Jojo non sarebbe rimasto che un rimasuglio bruciacchiato e mefitico in una radura tra i carpini, e così il mio passato, – così, dico, questa fosse la volta buona per potermi convincere che tutti i miei passati erano bruciati e dimenticati, come se non fossero mai esistiti.

Quante volte, quando m’accorgevo che il mio passato cominciava a pesarmi, che c’era troppa gente che credeva d’avere un credito aperto con me, materiale e morale, per esempio a Macao i genitori delle ragazze del «Giardino di Giada», dico quelli perché non c’è niente di peggio delle parentele cinesi per non potertele togliere di torno, – eppure io quando ingaggiavo le ragazze facevo patti chiari, con loro e con le famiglie, e pagavo in contanti, pur di non vedermeli tornare sempre lì, madri e padri striminziti, in calze bianche, con la cestina di bambù odorosa di pesce, con quell’aria spaesata come venissero d’in campagna, mentre poi abitavano tutti nel quartiere del porto, – insomma quante volte, quando il passato mi pesava troppo addosso, non m’aveva preso quella speranza del taglio netto: cambiare mestiere, moglie, città, continente, un continente dopo l’altro,  fino a far tutto il giro, consuetudini, amici, affari, clientela.

Era un errore, quando me ne sono accorto era tardi. Perché a questa maniera non ho fatto altro che accumulare passati su passati dietro le mie spalle, moltiplicarli, i passati, e se una vita mi riusciva troppo fitta e ramificata e ingarbugliata per portarmela sempre dietro, figuriamoci tante vite, ognuna col suo passato e i passati delle altre vite che continuano ad annodarsi gli uni agli altri.

Avevo un bel dire ogni volta: che sollievo, rimetto il contachilometri a zero, passo la spugna sulla lavagna: l’indomani del giorno in cui ero arrivato in un paese nuovo già questo zero era diventato un numero di tante cifre che non stava più sui rulli, che occupava la lavagna da un capo all’altro, persone, posti, simpatie, antipatie, passi falsi (…).

Il passato è come un verme solitario sempre più lungo che mi porto dentro arrotolato e non perde gli anelli per tanto che mi sforzi a svuotarmi le trippe in tutti i gabinetti all’inglese o alla turca o nei buglioli delle prigioni o nei vasi degli ospedali o nelle fosse degli accampamenti, o semplicemente nei cespugli, guardando bene prima che non ne salti fuori un serpente, come quella volta in Venezuela.

Il passato non te lo puoi cambiare come non puoi cambiarti il nome, che per quanti passaporti io abbia avuto, con nomi che nemmeno me li ricordo, tutti m’hanno sempre chiamato Ruedi lo Svizzero: da qualsiasi parte andassi e comunque mi presentassi c’era sempre qualcuno che sapeva chi ero e cos’avevo fatto (…).

Tanto la conclusione a cui portano tutte le storie è che la vita che uno ha vissuto è una e una sola, uniforme e compatta come una coperta infeltrita dove non si possono separare i fili di cui è intessuta. E così se per caso mi viene da soffermarmi su un particolare qualsiasi d’una giornata qualsiasi, la visita d’un cingalese che vuol vendermi una covata di coccodrilli neonati in una vaschetta di zinco, posso star sicuro che anche in questo minimo insignificante episodio è implicito tutto quel che ho vissuto, tutto il passato, i passati molteplici che inutilmente ho cercato dì lasciarmi dietro le spalle, le vite che alla fine si saldano in una vita globale, la mia vita (…) “


“Se una notte d’inverno un viaggiatore” I. Calvino.la-strada


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