Ritorni(o) di pezza

E mi trovo in una terra dove tutto langue, dove l’aria é ferma e la gente tace; mi ritrovo con il volto bello e le viscere graffiate, dove non c’è ritorno, dove non c’è perdono, in una terra che tutto pesa e soppesa e niente dimentica.

E passo davanti ad uno specchio, che non è più mio, e non riflette le rughe… rughe di chi è rimasto, per coraggio o per un’altra scusa qualsiasi.

E mi perdo negli abbracci e nei sorrisi di chi ha capito, di chi sa accogliere, di chi non ha bisogno più di chiedere.

E anche se mi guardo con gli occhi degli altri, non riesco a rimproverarmi niente.



Forse.

Dovrebbe indurmi a pensare il fatto che le figure maschili dei miei sogni altro non sono che facce diverse ma con lo stesso nome, o la stessa faccia con diversi nomi.

E forse in un altro tempo e in un altro luogo, senza quelle facce e senza quei nomi, non avrei la sindrome dell’abbandono e il gusto sadico della fuga; riuscirei a interpretare un gesto di aiuto come tale.

E forse in un altro tempo e in un altro luogo vedrei nella realtà semplicemente la realtà, e mi verrebbe più facile scrivere di attualità e politica; forse riuscire a sentirmi a casa da qualche parte, forse senza quei nomi e senza quelle facce, non avrei bisogno di vivere in esilio, in fuga dalla noia.

Sarei, addirittura,  in grado di perdonarmi e chiedere scusa.

facce

Se sono pallida è solo colpa mia.


Due mesi (s-blocco dello scrittore)

E ancora una volta leggere, e ancora una volta procrastinare e ricordare e sbagliare e fingere e finire e ricominciare. E ancora una volta negare, affermare, non pensare, rimuginare.

E ancora una volta, abbozzare, affastellare, coprire, celare, dimenticare.

Non scrivere.

il_blocco_del_lettore


Brandelli

E tratto tutto sempre come se non fosse mio, di possibilità sembra che me ne dia infinite e che la vita mi scivoli addosso.

Come un gatto diverso che non marca mai il territorio ed è straniero sempre; di indole schiva,  pronto al gioco (ma da che parte stia nessuno lo sa).

E invece ovunque segni, ovunque graffi, ovunque cicatrici non ostentate. Una pelle liscia che è copertura.

E tratto tutto come se potessi vivere infinite volte, come se la memoria si resettase.

E invece no:  tutto brucia, tutto rimane.

E guardo tutto come se non mi appartenesse luoghi, odori, sensazioni e persone…

E invece no:  sono piena di quei luoghi, sono intrisa di quegli odori, sono quelle persone.

E sembro elastica ed  idistruttibile, impermeabile,  ma mi strappo, mi lascero e pezzi di me restano attaccati ovunque;  ve li ritroverete  sulle panchine, sulle strade, sulle  mani, sui vostri cuori.

Tratto sempre tutto come se non fosse mio, ma solo perché mi fa male il senso di appartenenza.


“La vita è uniforme e compatta come una coperta infeltrita.”

” (…) E pensavo che forse quando il sole avrebbe tinto di grigio il cielo saremmo rientrati in città in fila con i camion della verdura, e di Jojo non sarebbe rimasto che un rimasuglio bruciacchiato e mefitico in una radura tra i carpini, e così il mio passato, – così, dico, questa fosse la volta buona per potermi convincere che tutti i miei passati erano bruciati e dimenticati, come se non fossero mai esistiti.

Quante volte, quando m’accorgevo che il mio passato cominciava a pesarmi, che c’era troppa gente che credeva d’avere un credito aperto con me, materiale e morale, per esempio a Macao i genitori delle ragazze del «Giardino di Giada», dico quelli perché non c’è niente di peggio delle parentele cinesi per non potertele togliere di torno, – eppure io quando ingaggiavo le ragazze facevo patti chiari, con loro e con le famiglie, e pagavo in contanti, pur di non vedermeli tornare sempre lì, madri e padri striminziti, in calze bianche, con la cestina di bambù odorosa di pesce, con quell’aria spaesata come venissero d’in campagna, mentre poi abitavano tutti nel quartiere del porto, – insomma quante volte, quando il passato mi pesava troppo addosso, non m’aveva preso quella speranza del taglio netto: cambiare mestiere, moglie, città, continente, un continente dopo l’altro,  fino a far tutto il giro, consuetudini, amici, affari, clientela.

Era un errore, quando me ne sono accorto era tardi. Perché a questa maniera non ho fatto altro che accumulare passati su passati dietro le mie spalle, moltiplicarli, i passati, e se una vita mi riusciva troppo fitta e ramificata e ingarbugliata per portarmela sempre dietro, figuriamoci tante vite, ognuna col suo passato e i passati delle altre vite che continuano ad annodarsi gli uni agli altri.

Avevo un bel dire ogni volta: che sollievo, rimetto il contachilometri a zero, passo la spugna sulla lavagna: l’indomani del giorno in cui ero arrivato in un paese nuovo già questo zero era diventato un numero di tante cifre che non stava più sui rulli, che occupava la lavagna da un capo all’altro, persone, posti, simpatie, antipatie, passi falsi (…).

Il passato è come un verme solitario sempre più lungo che mi porto dentro arrotolato e non perde gli anelli per tanto che mi sforzi a svuotarmi le trippe in tutti i gabinetti all’inglese o alla turca o nei buglioli delle prigioni o nei vasi degli ospedali o nelle fosse degli accampamenti, o semplicemente nei cespugli, guardando bene prima che non ne salti fuori un serpente, come quella volta in Venezuela.

Il passato non te lo puoi cambiare come non puoi cambiarti il nome, che per quanti passaporti io abbia avuto, con nomi che nemmeno me li ricordo, tutti m’hanno sempre chiamato Ruedi lo Svizzero: da qualsiasi parte andassi e comunque mi presentassi c’era sempre qualcuno che sapeva chi ero e cos’avevo fatto (…).

Tanto la conclusione a cui portano tutte le storie è che la vita che uno ha vissuto è una e una sola, uniforme e compatta come una coperta infeltrita dove non si possono separare i fili di cui è intessuta. E così se per caso mi viene da soffermarmi su un particolare qualsiasi d’una giornata qualsiasi, la visita d’un cingalese che vuol vendermi una covata di coccodrilli neonati in una vaschetta di zinco, posso star sicuro che anche in questo minimo insignificante episodio è implicito tutto quel che ho vissuto, tutto il passato, i passati molteplici che inutilmente ho cercato dì lasciarmi dietro le spalle, le vite che alla fine si saldano in una vita globale, la mia vita (…) “


“Se una notte d’inverno un viaggiatore” I. Calvino.la-strada


Perché di notte amo scrivere di cose che non conosco.

Le mie vene sono cavi elettrici, sono reazione diretta alle tue parole.

Le mie risposte sono ruvide e no, non usero la limetta, non poterò con le forbici,  perché non ne sono mai stata capace.

E se è vero che uno di noi due è polo positivo e l’altro polo negativo, è ancor più vero che bisognerebbe  definire chi sia in difetto di elettroni.

La novità è che questa volta non mi interessa; a scuola mi hanno insegnato una cosa: perché ci sia corrente elettrica , deve esistere una differenza di potenziale agli estremi del conduttore.

yinYang


Limitatezze.

1070111763È come guardare il mondo da una finestra.

Dopo la settimana di festa, quando rientra il santo i giorni si contraggono, la vita si ritrae; e ci si ritrova, nel gioco delle scatole cinesi, rinchiusi dentro quella più piccola.

Lo sguardo è una finestra, stessa prospettiva, stessa limitatezza.

E anche se, nell’illusione di allargare gli orizzonti,  si ignorano pupille rettangolari…

si continua a vivere affacciati ad una finestra.


Dubbi esistenziali.

Chiediti:

è così importante il taglio dei tuoi capelli, il sassolino nella scarpa, il cavo usb che non si trova, la telefonata di lavoro, non perdere 5 minuti, parlare più forte per non ascoltare gli altri, avere sempre ragione, seguire un programma, avere delle regole, essere perfetti?

Ora risponditi e rispondimi.

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Smania su carta

La sensazione  della punta sul foglio ha un sapore infantile, l’odore di merendine lasciate ad essiccare negli zaini, e la stessa vocazione al pianto.

La pagina mi terrorizza, lo stridere dell’inchiostro,  meno familiare del ticchettio dei tasti, è di sicuro più potente; mi risuona nel cervello, come eco di passi in corridoi bui, odor di incenso e statue ad ogni angolo.

Gli errori, le sbavature, nere su sfondo bianco, sboccate, intransigenti…mi accusano!012

L’inizio del delirio su carta è la crepa, testimone dei terremoti sotto la pelle.


Immobilità

Paralitica, nell’eccesso di sensazioni, osservo vuoti da riempire.
Nello stomaco farfalle e contraddizioni.

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